Si chiama Cantina Viva, nel cuore dei Colli Orientali, la nuova cantina di Zorzettig (da pronunciare con la g morbida).
Fortemente voluta dalla sua proprietaria, Annalisa, è stata possibile grazie ad un investimento importante di diversi milioni di euro, in parte già recuperati nei sei anni che si sono resi necessari per la sua realizzazione.
La famiglia Zorzettig coltiva la vite nei Colli Orientali del Friuli. I primi segni della loro produzione sono bottiglie fatte a mano datate 1874.
Come normale anche la famiglia Zorzettig era una famiglia rurale molto numerosa, che ha finito per dividersi, come naturale e il cognome ha proseguito la sua storia vinicola grazie al padre di Annalisa che, alla fine degli anni ’80, ha acquisito i vigneti della loro attuale produzione, nel rispetto di una scelta culturale legata ai vitigni autoctoni del territorio, in un periodo in cui invece si apprezzava la scelta di vitigni internazionali.
Nella cantina Zorzettig i vigneti più vecchi, alcuni con 100 anni di storia, hanno nomi come tocai friuliano, pignolo, malvasia istriana, schioppettino, refosco, picolit…
Una scelta non solo di tipologia ma anche di produzione, perché per quanto tenuti bene, i vigneti più vecchi hanno rese meno importanti.
“Su circa 120 ettari, avere due ettari di Friulano, ad esempio, di piante che hanno 100 più di cent’anni di vita, è una scelta importante”.
“Sono piccole porzioni alle quali siamo legati più affettivamente – ci racconta Annalisa Zorzettig oggi alla guida dell’azienda – perché significa che le piante hanno trovato il loro habitat ideale, non la terra nella quale crescono, ma anche il microclima del territorio, la sua biodiversità”.
Scelte simili, per la famiglia Zorzettig, rappresentano il buon senso e il valore del lavoro umano, assumendo anche un valore affettivo.
E proprio per quello che rappresentano hanno deciso di avviare una linea dedicata che hanno chiamato Tenaci, come tenaci sono i friuliani in genere, e un’altra, riserva, dal nome Myò, termine del 1300 con cui la loro lingua dell’epoca, epoca longobarda, intendeva il termine “mio”.
Ovviamente tutto ciò non può essere sufficiente se non c’è il rispetto dovuto all’ambiente, se non c’è una cura all’ecosistema, una ecosostenibilità della produzione.
“Quello che portiamo avanti è la tradizione e la cultura che ne deriva. Ad esempio, la cultura di tenere in ordine, di mantenere spazio tra le vigne.
Quando ero bambina andavo a mangiare le ciliegie in mezzo alle vigne, perché convivevano con gli alberi da frutto.
La nostra cura del territorio, ci ha portato a scegliere il solo lavoro meccanico, senza usare i diserbanti, ad avere un bel rapporto con la forestale tanto che abbiamo in affido alcune piante da frutto autoctone friulane.
E poi devo dire che la regione Friuli ha molto attenzione per il territorio.
Il disboscamento è stato molto frenato e noi abbiamo una regione molto ricca di boschi e alcune nostre vigne sono proprio in mezzo ai boschi”.
La Cantina Viva si inserisce nel percorso di evoluzione intrapreso negli ultimi anni, tra rinnovamento dell’identità aziendale e attenzione alle proprie radici, da parte di Annalisa Zorzettig.
La sua realizzazione ha l’obiettivo di concentrare le attività produttive, rendere più efficienti i processi e migliorare gli ambienti di lavoro.
Una scelta che riflette un principio centrale per Zorzettig: la qualità del vino passa anche dalla cura delle persone che ogni giorno contribuiscono a crearlo.
E infatti, nella zona chiamata Fogolâr (il Focolare), è stata realizzata una cucina ad uso dei collaboratori per recuperare e mantenere vivo il rito del pranzo insieme e il senso di comunità che apparteneva ad uno dei simboli della cultura friulana: il punto attorno al quale, nelle case contadine, ci si riuniva per condividere il pasto e le storie.
Sul fronte della sostenibilità, Cantina Viva integra interventi di efficientamento energetico, riduzione dei consumi e recupero delle acque.
L’inaugurazione segna anche l’avvio di una nuova fase sul piano enologico.
Dal 2026 Zorzettig si avvale della collaborazione dell’enologo Luca D’Attoma, affiancato recentemente dal giovanissimo Antonio Lucarelli, con l’obiettivo di dare ulteriore profondità al lavoro sviluppato negli anni, valorizzando le peculiarità dei singoli vigneti e la capacità dei vini di esprimere con autenticità il territorio d’origine.
Al taglio del nastro hanno preso parte il Sindaco di Cividale Attilio Vuga, Monsignor Livio Carlino, arciprete di Cividale, Stefano Zannier, Assessore Regionale alle Risorse agroalimentari, forestali, ittiche e alla montagna della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, Mario Zoppa presidente Ice e, ovviamente, Annalisa Zorzettig.
La giornata inaugurale, presenti rappresentanti stampa nazionali ed esteri, ha visto, inoltre, l’intervento del Ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste Francesco Lollobrigida.
La Degustazione
I vini proposti sono stati sia della linea Tenaci che della linea Myò.
I primi, Pinot Bianco e Friuliano, entrambi in annata 2025, sono prodotti destinati alla pronta beva, sicuramente piacevoli e ben fatti, con un equilibrio, per entrambi tra frutta bianca con qualche accenno di albicocca e una sapidità giusta, per un profilo non troppo persistente.
Della linea Myò molto apprezzato il Friulano 2024, ben strutturato con note di frutta bianca e mandorle tostate, con una tendenza amara ben gestita.
Un vino destinato ad invecchiare e quindi a proporsi al meglio con qualche anno in più.
Ne abbiamo quindi potuto apprezzare il potenziale, ma non l’espressione completa che sembra promettente.
Meno convincenti il Ribolla gialla e soprattutto la Malvasia Istriana (anche questi linea Myò 2024) con caratterizzazioni, nel primo caso, ancora molto giovani, anche se la versione spumantizzata è piacevole sia al palato che per gradevolezza del perlage, mentre la seconda ha un aromatico troppo prevalente sulla mineralità che senza abbinamento spinge poco al secondo bicchiere.
Il Sauvignon è storia a parte: piacevole da subito alla beva, si esprime con sentori che vanno dalla frutta della passione alla pesca gialla, con note agrumate che si aggiungono ai sentori tipici di questo vitigno.
Sul versante rossi lo Schioppettino rappresenta una realtà locale di un territorio, quello del Prepotto, che è in grado, se sapientemente gestito, di avere un sapore croccante ai frutti rossi al primo assaggio, per assumere aspetti di sottobosco “piccanti” prima di aprire ai terziari.
Schioppettino della linea Myò di annata 2021, decisamente un vitigno e un vino che può avere un florido futuro anche a livello di mercato.
Decisamente di altro livello il Pignolo della linea Myò anno 2017.
Bevuto da una magnum che sicuramente ne ha favorito l’affinamento, ha ragione chi pensa che possa competere con vitigni che si valorizzano dopo una lunga e curata attesa.
Equilibrato con un tannino morbido ha mostrato la capacità di essere pronto e non ancora maturo, nonostante non si facesse pregare anche per una bevuta meditativa.
Dopo il Pignolo sul trono sale il Piccolit della linea Myò.
Morbido ed elegante nasconde la sua dolcezza di frutta passita e candita tra le spezie dolci e la pasticceria secca, presentandosi ampio, elegante e mai stucchevole.
Giornalista Professionista da marzo del 1994 ho lavorato per diverse testate nazionali tra le quali l'Unità, Repubblica nell'ambito dei quotidiani, Asca tra le agenzie, Rinascita e Diario della Settimana nei settimanali, Italia Radio nel settore radiofonico, la Rai nel programma dalle Venti alle Venti poi divenuto Mille & Una Italia. Dal 1998 ha inziiato l'attività di ufficio stampa per l'Agenzia Spaziale Italiana di cui ha diretto la comunicazione in diversi periodi inframmezzati da esperienze di Governo curando la comunicazione di alcuni ministri. Sono stato co-autore di Storia dello Spazio Italiano edito da Storia in Rete e co-autore di un documentario sullo Spazio Italiano prodotto da Istituto Luce/Cinecittà.
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