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“Profumi di mosto” a spasso per le cantine della Valtenesi assaggiando il territorio

Ricordo la prima volta che arrivai in questo territorio a ridosso del mio amato Lago di Garda. Non vivevo ancora a Brescia, ma uno dei primi luoghi dove volli andare nei pellegrinaggi fu proprio il lago. Non nego che uno dei motivi, data la giovane età di quegli anni, era la stupenda e vicina discoteca che catturava tutti i giovani.

La notte del venerdì e del sabato ballavi, poi riposavi in casa di amici e passavi la giornata tra tuffi, cibo e vino del territorio.

Fu proprio con questo mood che io mi avvicinai alla Valtenesi e, secondo me, in questi diciott’anni, posso affermare di averla vista crescere stupendamente di valore, di proposte e soprattutto d’identità e coesione.

La Valtenesi si può descrivere come una bellissima collina morenica di origine glaciale adagiata sulla sponda bresciana del Lago di Garda, compresa tra i golfi di Desenzano e Salò.

È proprio la presenza di questo grande bacino d’acqua a creare il microclima mediterraneo con inverni miti ed estati ventilate. E, chi la gira ammirando e scoprendo la storia, i castelli, le rocche e i borghi, percorre strade immerse in oliveti e vigneti, alcuni anche a strapiombo sul lago.

Parlando di vigneti, in Valtenesi coltivano vari uvaggi – come il groppello, il marzemino, la barbera e il sangiovese – da cui nascono vini minerali e freschi, di cui i re indiscussi sono il Valtenesi Rosso e il Chiaretto.

Il Valtenesi Rosso nasce principalmente dal vitigno groppello, uva autoctona di questo territorio e caratterizzante almeno il 50% della base dei vini DOC locali. Da questo uvaggio nascono calici con profumi floreali, di piccoli frutti, di rosa e spezie dolci.

Il Valtenesi Chiaretto, emblema della zona, viene ottenuto da una leggera macerazione delle bucce di groppello (che è sempre il vitigno dominante). Nasce così un vino fresco, elegante, sapido e con grande identità territoriale. Un calice ricco anche di storia e per cui ogni anno viene indetto anche il concorso per il Premio Molmenti.

Tra le attività, da alcuni anni il Consorzio Valtenesi organizza “Profumi di mosto”, un evento che diviene l’occasione per vivere un’esperienza in cantina appena dopo la vendemmia. Una sorta di “cantine aperte” dove poter degustare il vino anche con un abbinamento gastronomico.

I partecipanti possono visitare una o più realtà sulle colline tra Desenzano e San Felice del Benaco, attraverso i comuni dell’entroterra (Calvagese, Bedizzole e Puegnago) e quelli rivieraschi (Moniga, Manerba e Padenghe).

Quest’anno hanno partecipato 24 cantine distribuite in diverse zone.

Ognuna ha creato delle offerte differenti con esperienze di degustazione tra vini e sapori del territorio. Esistevano anche dei “pacchetti” con dei gruppi di produttori, oppure, c’è sempre l’opzione della scelta singola.

Ogni anno, pur conoscendone la maggior parte, cerco di variare e visitare sempre attività diverse. Per quest’occasione avevo pensato ad un percorso con partenza da Moniga del Garda, per poi fermarmi a Polpenazze e concludere a Puegnago del Garda, girando quattro attività differenti.

Turina Vini di Moniga del Garda

La storia di questa cantina inizia nell’Ottocento quando il bisnonno dell’attuale generazione, mezzadro del Senator Molmenti, da Salò giunge in questo comune. Negli anni l’azienda ha fatto continui passi in avanti ed ora gestisce circa 21 ettari tra Valtènesi e Lugana, arrivando ad ottenere riconoscimenti importanti nel panorama nazionale. I terreni differenti come quelli ex paludosi da cui nascono “Fontanamora” e “Setamora”, o quelli argillosi a ridosso del lago (dove nasce “Seselle”) donano peculiarità non indifferenti ai vini. Il percorso di degustazione qui è stato abbinato a dei prodotti gastronomici (crema di carote, porchetta e biscotti) in collaborazione con realtà amiche e locali.

Il primo calice proposto è stata un’anteprima di “Fontanamora 2026” (groppello, barbera, sangiovese e marzemino), degustandolo anche direttamente dalla cisterna. Un calice esuberante al naso, ma si percepisce che il tempo darà buoni risultati.

“Setamora 2022” (nato nel 2019 dall’idea del “Fontanamora”, infatti è composto dalle stesse uve) fa circa 6 mesi in botti di rovere francese di secondo passaggio. Si percepiscono profumi di albicocca e arancia candita. Al gusto è vivace e fresco.

In “Seselle 2022” troviamo il groppello (85%) amalgamato al rebo. Ciascuna uva fa separatamente sia un passaggio in botte grande sia in piccola per 6 mesi; poi viene assemblata con la compagna e passa un periodo in botti d’acciaio. Il vino prende il nome dalla località da cui provengono le uve che hanno anche un’età media di 50 anni. Il colore è un classico rubino. Al naso si percepisce la vaniglia; al palato ha struttura e freschezza, con un tocco di eleganza.

Il mio tour prosegue a Polpenazze del Garda presso l’Agriturismo Fioralba.

Un’attività a gestione famigliare nata nel 2001 e divenuta agriturismo 8 anni fa. La sede è contornata da una parte dei loro bellissimi ulivi (da cui producono olio BIO) e, distribuiti nell’area di questo comune, hanno circa 8 ettari di vigneto.

Il primo calice l’ho bevuto sotto ad un loro ulivo ed è stato il chiaretto “Rièl 2024”, delicato e sapido.

Poi, gustando il loro spiedo in terrazza, ho proseguito con “Posteghe 2025”, un 100% Riesling dal colore giallo paglierino, con una nota floreale e una delicata sapidità.

Ho continuato con “Ricè 2025”; un vino 90% Incrocio Manzoni e il restante Riesling. Qui spicca un sentore di pompelmo con un’acidità più marcata ma perfettamente armonica.

Ho terminato, insieme a una soffice e squisita torta di rose, con “Green5 2024” che deve questo nome al fatto che il vigneto è interno al vicino campo da golf. Un 100% Rebo dal colore rosso intenso, un profumo di frutti rossi e una nota di cioccolato fondente.

Sono rimasta nel comune di Polpenazze, ma spostandomi nella frazione di Picedo, dagli amici della cantina Zaglio 1899.

Si tratta di una piccola realtà a conduzione familiare tra vigna e animali, focalizzata sull’agricoltura rigenerativa e biologica.

Un tratto distintivo della cantina sono le degustazioni musicali, durante le quali Fanny accompagna l’esperienza cantando dal vivo. Anche le etichette sono espressione artistica di questa ragazza di origini finlandesi. L’azienda ha solo 4 ettari di vigneto, divisi in appezzamenti dislocati dentro il comune; i loro vini fanno solamente acciaio, tranne una parte di groppello che fa una leggera sosta in barrique di secondo passaggio.

Mi piace come loro utilizzano in molte lavorazioni la tecnica delle follature del cappello.

Degustando affettati, formaggi, olio e un dolce tipico finlandese (unito al groppello), ho cominciato con “Figlio del vento” il loro Riesling dal colore giallo paglierino intenso e brillante. Si percepisce la sapidità e la freschezza, con una nota molto piacevole di salvia.

“Sole di mezzanotte 2025” – nome comune in zona per chiamare il Chiaretto data la macerazione delle bucce – dove, nella loro “versione”, ho trovato un colore più carico e deciso e la mineralità tipica di questi terroir.

“Vjncanto 2024” dal tannino morbido, di color rosso rubino che accomuna le varie espressioni di questo vitigno (sempre in dominanza groppello con minima parte di barbera, marzemino e sangiovese) e dalla beva facile ed immediata.

Ho terminato con “Spiritodivino 2024”, 100% marzemino, dal colore tendente al violaceo, con profumo spiccato di mirtillo e un tannino morbido e persistente. Qui si percepisce il passaggio in legno che dona maggior complessità e struttura al palato.

Come ultima cantina mi sono recata a Puegnago del Garda, da Leali di Monteacuto.

L’azienda, storica e a conduzione famigliare dispone di 8 ettari vitati, alcuni adiacenti alla cantina, e produce circa 40.000 bottiglie.

Si tratta di una delle prime realtà che bevvi diciassette anni fa in un’osteria di Salò.

Fu il loro “Simut”, un blend in egual proporzione di groppello gentile e marzemino, a fare da ambasciatore. Vino che ho degustato anche durante questa mia esperienza attuale, nell’annata 2025. Per il “Simut” le uve fanno un affinamento di 18 mesi in botti piccole di rovere per poi passare in acciaio. Un calice intenso e gradevole, dai sentori di frutta secca.

Ho scoperto anche il loro Rebo in purezza, “Montagu 2026”, che fermenta 15 giorni sulle bucce e poi fa la fase di maturazione e affinamento sia in acciaio sia in fusti di rovere. Qui il frutto spicca moltissimo e il palato si arricchisce di morbidezza e corpo.

Anche da Leali di Monteacuto non mi sono fatta scappare il loro “Chiaretto” che, a differenza di molti altri produttori, ha una percentuale minore di groppello (75%). Il calice era ricco di un succo dal colore delicato, quasi rosa antico, e risultava salino, intenso e fruttato.

PS: Piccola nota di fine tour.

Sabato 31 ottobre 2026 coloro che hanno partecipato a quest’edizione di “Profumi di mosto” avranno l’opportunità di recarsi alla Casa del Vino della Valtenesi, presso Villa Galnica, per incontrare tutte le cantine protagoniste di questa edizione, assaggiare le nuove annate e lasciarsi conquistare dai rosati e dai rossi della Valtènesi in un’atmosfera elegante e coinvolgente.

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Nata in mezzo alla vigna, cresciuta con la passione per la scrittura e la curiosità di scoprire ogni aspetto e ogni peculiarità dei vini. Veneta d'origine, trapiantata da quasi diciotto anni in Lombardia tra vino e cibo. Ho scritto per una guida gastronomica locale e per la rivista "Vini e Cucina Bresciana". Il vino non manca mai nella mia quotidianità e penso che sia arte di condivisione e passione. Sui miei canali social tratto di ogni aspetto enogastronomico che mi appassiona e che trovo affine al mio modo di percepire queste realtà.

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