Dall’esperienza in Africa alle barbatelle “francesi” di Giulio Ferrari, dal Quirinale di Pertini al patto generazionale che guida il Gruppo. Cronaca viva della presentazione milanese di “Un’arte di famiglia” (Sperling & Kupfer).
MILANO – Riempire la tanto prestigiosa quanto storica Libreria Rizzoli in Galleria Vittorio Emanuele II non è mai un’impresa scontata. Farlo parlando di vino, di impresa familiare, di radici e di visioni generazionali è la conferma di quanto il marchio Ferrari Trento sia radicato nell’immaginario collettivo. L’occasione è la presentazione di “Un’arte di famiglia. Storia di un sogno diventato il brindisi italiano per eccellenza“ (Sperling & Kupfer), firmato da Camilla Lunelli e scandagliato con ritmo, ironia e affetto giornalistico da un moderatore d’eccezione: Beppe Severgnini (che ci tiene a sottolineare che “solitamente non presenta libri non suoi”).
Un dialogo frizzante e senza filtri che ha trasformato la classica presentazione in una riflessione profonda sui pilastri del fare impresa in Italia: la qualità assoluta del calice, la solidità della governance familiare e il dovere etico della restituzione.
Il richiamo dell’Africa e l’etica del Giveback
Il viaggio non parte dalle cantine di famiglia o da Villa Margon, ma da molto più lontano: dall’Africa. Prima di assumere la guida della comunicazione del Gruppo, Camilla Lunelli ha infatti trascorso anni cruciali della sua giovinezza in Niger e in Uganda lavorando nel settore umanitario.
Severgnini stuzzica sul celebre aneddoto delle due bottiglie di Ferrari scovate miracolosamente in un emporio gestito da un commerciante indiano sotto casa a Kampala, ma Camilla riporta subito l’accento sul significato intimo di quella scelta di vita: il concetto anglosassone di giveback, la restituzione.
«Il desiderio di restituire nasce dalla consapevolezza di aver ricevuto un grande privilegio: non tanto quello economico, ma una famiglia unita e la fortuna di essere cresciuta in un luogo sereno. Sentivo il dovere di mettere alla prova me stessa e non dare nulla per scontato».
Giulio Ferrari, le barbatelle “rubate” e l’intuizione di Bruno Lunelli
Dal continente africano il nastro si riavvolge fino alle origini della leggenda. Tutto comincia con Giulio Ferrari, classe 1879, pioniere assoluto della spumantistica italiana. Una figura, ancora oggi, di straordinaria modernità: gli studi a San Michele all’Adige, poi in Germania e a Montpellier, fino allo “stage” (come lo definiremmo oggi) in Champagne. Fu lì che Ferrari comprese come il clima e le altitudini montane del Trentino fossero la culla ideale per il Metodo Classico, arrivando persino a una vera e propria «appropriazione» di barbatelle selezionate in Francia per portarle tra i suoi filari.
Nel 1952, non avendo eredi diretti e desiderando garantire continuità alla sua creatura maniacalmente votata alla qualità, Ferrari scelse come successore Bruno Lunelli, nonno di Camilla. Bruno non era un produttore, ma un intraprendente commerciante trentino, titolare di una storica enoteca cittadina che aveva mosso i primi passi come garzone di bottega. L’acquisizione richiese sacrifici e debiti, ma cementò un passaggio di consegne storico fondato sull’intransigenza qualitativa, tanto che Giulio Ferrari mantenne la sua scrivania e la direzione tecnica fino alla scomparsa.
Niente spot tv: il passaparola, Pertini e il Bernabéu
Oggi il marketing del vino si confronta con il digitale, ma la fortuna e l’autorevolezza di Ferrari si sono forgiate su un principio opposto a quello dominante negli anni ’70 e ’80: nessun investimento in pubblicità televisiva, bensì investimenti totali sulla qualità intrinseca e sul passaparola.
Se il prodotto è ineccepibile, saranno i grandi contesti ad adottarlo spontaneamente. Emblematico fu il gesto del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che nel 1978 decise che al Quirinale non si sarebbe più brindato con Champagne durante le visite di Stato, ma esclusivamente con Ferrari. Quattro anni dopo, la consacrazione planetaria: nella notte magica di Madrid del mondiale 1982 al Santiago Bernabéu, con Pertini esultante in tribuna, gli azzurri festeggiarono la vittoria della Coppa del Mondo stappando i celebri Jeroboam da 3 litri marchiati Ferrari davanti alle telecamere di tutto il mondo.
La terza generazione e le regole d’oro: «Le aziende camminano sulle gambe di chi ci lavora»
Ma come si governa un impero familiare evitando i naufragi generazionali che colpiscono oltre il 70% delle imprese alla terza generazione?
Camilla Lunelli ha svelato la rigorosa governance messa a punto con il supporto di consulenti esperti nel ricambio generazionale. Una famiglia solida nell’impresa grazie a una netta suddivisione dei ruoli tra i cugini di terza generazione (Matteo, Marcello, Camilla e Alessandro) e a patti chiarissimi:
- Percorso esterno e meritocrazia: I discendenti non entrano “per diritto ereditario” a parcheggiarsi in azienda, ma solo dopo eccellenti percorsi di studio e anni di comprovata esperienza professionale all’estero o in grandi gruppi terzi.
- Nessun ruolo operativo ai familiari acquisiti: Per evitare criticità o influenze esterne suscettibili di minare l’armonia consanguinea, coniugi e partner non possono ricoprire incarichi operativi in azienda.
- Limiti d’età per il vertice: Regole certe di retirement per favorire il tempestivo innesto delle nuove leve, sull’esempio di nonno Bruno che seppe farsi da parte a poco più di sessant’anni.
Una visione lucida completata da un principio che Camilla ha tenuto a ribadire a gran voce: «Ogni azienda cammina sulle gambe di tutti coloro che vi lavorano», ricordando come il valore manageriale e la dedizione dei collaboratori esterni siano la vera linfa quotidiana dell’eccellenza.
Soddisfazioni, aneddoti e botte e risposte finali
Nel serrato finale d’intervista orchestrato da Severgnini, sono emersi gli aspetti più umani della gestione:
- La più bella soddisfazione nel lavoro? Nessun traguardo finanziario: «La fiducia che i nostri genitori e i nostri zii hanno riposto in noi, lasciandoci spazio decisionale quando avevamo appena trent’anni».
- La più bella idea nel lavoro? L’ideazione e la crescita del Premio Giornalistico Ferrari (dal titolo e copertina dell’anno fino al riconoscimento per l’Arte di Vivere Italiana), nato dal sincero amore per la stampa ereditato dallo zio Gino Lunelli.
E a proposito di scrittura e comunicazione, la presentazione non poteva che chiudersi con una sferzata di ironia firmata Severgnini:
«Spesso parliamo dei presentatori che non leggono i libri che presentano… ma vogliamo parlare degli scrittori che i libri non li scrivono nemmeno e li fanno fare all’Intelligenza Artificiale o ai ghost writer?!».
Una battuta che ha scatenato la risata e gli applausi della sala: tra le pagine di Un’arte di famiglia non ci sono algoritmi o formule asettiche, ma la voce autentica di una protagonista del vino italiano che sa bene quanto ogni singola perlage sia il risultato irripetibile di ingegno umano, rispetto per la vigna e visione condivisa.
In chiusura, non per importanza, una nota significativa: tutti i diritti d’autore del libro sono interamente devoluti a favore di Save the Children.
Aggiornamenti continui sul mondo dell'enogastronomia



